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Sunday, 10 December 2006

I parchi fluviali non vogliono pù i pastori vaganti e le loro greggi?

E’ in corso una raccolta firme che riguarda la Comunità dei Pastori Vaganti Piemontesi, in seguito ad un articolo comparso sul numero di ottobre 2006 de “L’Informafiume. Notiziario del Parco fluviale del Po e dell’Orbaâ€? intitolato “Pecore, Parco e territorio: una convivenza sempre più difficile. Il pascolo vagante e abusivo è un grande problema nel Parco del Po. Ed è giunto ad un punto di non ritornoâ€? a firma di Carlo Carbonero, Responsabile della Vigilanza del Parco.
www.parcodelpo-vcal.it/images/Pubblicazioni/informafiume23%20ottobre2006%20.pdf

Conosco la realtà del pascolo vagante, avendola studiata per oltre due anni nel corso di una ricerca che ha portato alla pubblicazione di “Dove vai pastore? Pascolo vagante e transumanza nelle Alpi Occidentali agli albori del XXI secolo� (Priuli&Verlucca Editori, 2006). Continuo ad occuparmi di questa tematica ed ho anche rappresentato la Comunità dei Pastori vaganti piemontesi a Terra Madre 2006.
Nell’articolo si denuncia il pascolo vagante, facendolo apparire come una delle peggiori forme di disturbo che possano interessare l’ecosistema del Parco Fluviale, sia dal punto di vista della flora che della fauna.
Ritengo non solo che ciò sia errato, ma, al contrario, reputo che vi siano numerosi aspetti positivi legati al pascolamento ovicaprino:
- aumento della biodiversità vegetale ed animale;
- pulizia delle sponde e conseguente minori rischi in caso di piene;
- contenimento delle specie infestanti non autoctone;
- miglioramento del cotico erboso;
- elevato valore paesaggistico (oltre che storico e culturale).
Inoltre, una forma di allevamento come quella del pascolo vagante, significa utilizzo di aree marginali (zone collinari, fondovalle, bassa montagna), ove svolge anche un’importante azione di prevenzione incendi. La scomparsa di queste greggi significherebbe poi il mancato uso non solo di queste risorse, ma anche di vaste porzioni di pascoli alpini nella stagione di alpeggio.
La lettera e la raccolta firme sono indirizzate al Presidente del Parco Fluviale del Po e dell’Orba e, per conoscenza, agli assessorati che hanno competenza in merito presso la Regione Piemonte ed al Presidente del Parco Fluviale del Po Torinese.

Auspico per il futuro un atteggiamento più conciliante da parte del Parco Fluviale, che dovrebbe collaborare di comune accordo con i pastori e garantire la loro presenza costante sul territorio, coordinando insieme a loro le modalità di utilizzo delle risorse foraggere presenti.

Allegato: riflessioni in merito al contenuto dell’articolo comparso su “L’Informafiume� nel numero di ottobre 2006

È stato con profonda sorpresa che sono venuta a conoscenza dei contrasti che contrappongono i pastori con gli Enti Parco fluviali.
Occupandomi di alpeggi e di vegetazione pastorale, ho potuto vedere come spesso esista anche una vera e propria collaborazione tra il Parco ed il pastore, la cui presenza è vista positivamente, in quanto il gregge è un naturale mezzo di gestione del territorio dalle molteplici valenze (paesaggistiche, ecologiche, ambientali, turistiche, ecc.). Per quello che riguarda il territorio alpino, l’utilizzo attraverso greggi e mandrie nella stagione estiva è fondamentale per la manutenzione del territorio. La mancata monticazione provocherebbe gravi danni nel breve e nel lungo periodo: impoverimento e progressiva scomparsa della cotica erbosa pastorale, sostituita da vegetazione arbustiva o da piante cattive foraggere, aumento del rischio di valanghe, scomparsa di parte del patrimonio sentieristico, ecc.
L’articolo in oggetto si conclude con l’auspicio di non incontrare più le pecore nella primavera del 2007: questo vorrebbe dire anche non vederle più compiere la transumanza e spostarsi sui pascoli alpini nell’estate.

Giustamente, nell’articolo si fa riferimento alla storia della pastorizia, uno dei più antichi mestieri praticati dall’uomo. Poco è cambiato in quest’attività, regolata innanzitutto dallo scorrere delle stagioni e dalle esigenze degli animali, a cui il pastore si sottomette 365 giorni all’anno.
Studiando i documenti storici, si vedrà come tradizionalmente le sponde fluviali sono state percorse dalle greggi in determinati periodi dell’anno. Le greggi che praticano il nomadismo (denominato “pascolo vagante� dal DPR 320 dell’8 febbraio 1954) come forma di allevamento, in un certo periodo dell’anno si spostano lungo i fiumi, per non danneggiare i campi coltivati ed i prati da sfalcio. Inoltre, in questo modo è possibile dissetare gli animali.
Il territorio, nel corso degli anni, è cambiato: l’agricoltura intensiva ha occupato spazi sempre più ampi, altri terreni sono stati destinati ad aree commerciali, artigianali ed industriali, oppure all’ampliamento di vie di comunicazione. A maggior ragione, le fasce intorno ai fiumi sono rimaste l’unica risorsa per le greggi.
Queste ultime, sono diminuite come numero, ma parallelamente si è assistito ad un aumento dei capi allevati da ciascun pastore. Se un tempo, all’allevamento da carne si associava anche la caseificazione e la vendita della lana, oggigiorno solo più una delle tre funzioni trova sbocchi commerciali. La lana è un costo (a fatica si riesce a recuperare, nella migliore delle ipotesi, un terzo della spesa per la tosatura), la caseificazione in condizioni come quelle di nomadismo non è più praticabile nel rispetto delle vigenti norme sanitarie. Il reddito proviene quindi dalla vendita di agnelli, agnelloni e pecore a fine carriera, il cui valore non è per nulla ingente (50 euro per un animale di 80-90 kg). Non ritengo corretto mostrare all’opinione pubblica l’attività della pastorizia nomade come altamente remunerativa, come invece appare nell’articolo. Se così fosse, probabilmente avremmo molti più pastori e non una realtà sull’orlo dell’estinzione!
I contributi economici della Comunità Europea vanno a coprire parte dei costi sostenuti: affitto dell’alpeggio estivo (dove i pastori si trovano in concorrenza con i sicuramente più competitivi allevatori di bovini), trasporto verso l’alpeggio con autotreni (dove la transumanza a piedi viene impedita per il “disagio� che comporterebbe alla viabilità), acquisto di reti elettrificate e batterie per le recinzioni, acquisto delle marche di identificazione obbligatorie per gli animali e così via. Come tutte le aziende, anche l’allevatore ha entrate ed uscite; come un’industria si è ingrandita, come un’impresa artigiana ha cercato di crescere, come i piccoli negozi stentano a sopravvivere per la concorrenza con le grandi realtà, così anche i pastori hanno dovuto ampliare la propria attività per avere un tenore di vita minimamente dignitoso. Quasi tutti ormai hanno una residenza per la famiglia, mentre un tempo ci si spostava con il carro attaccato al cavallo, uomini, donne e bambini.

Veniamo ai danni ambientali che vengono contestati nell’articolo. Dal punto di vista scientifico, vorrei proporre al Parco uno studio per valutarli attentamente. In Francia, la maggior parte dei siti di arrivo e di partenza della transumanza sono soggetti a protezione ambientale (Riserve Naturali, Parchi Naturali, Siti Natura 2000) e la gran parte dei territori utilizzati sono di proprietà pubblica, anche demaniale. Inoltre, la maggior parte degli ovini transumanti del Sud della Francia nella stagione invernale si concentra nella regione della Crau, nell’antico delta della Durance. Questo ecosistema, ricco di avifauna, rappresenta un’importante realtà dove convivono la pastorizia, l’agricoltura e la protezione dell’ambiente. Infatti, la conservazione del patrimonio naturale della Crau passa obbligatoriamente attraverso il mantenimento dell’allevamento ovino (qui rappresentato da grosse greggi di mille-duemila e più capi di razza Merinos.
Il pascolamento ovino è riconosciuto come importante mezzo di gestione del territorio, utile per contenere la vegetazione spontanea infestante e per migliorare il cotico erboso. Anche in Italia vengono condotte sperimentazioni per ridurre il rischio di incendi nelle aree collinari mediante pascolamento, il passaggio di ovini sui pascoli alpini contribuisce al loro miglioramento per la successiva utilizzazione con un carico di bovini.
Numerosi studi (in Inghilterra, Francia, Spagna) sono stati compiuti per dimostrare l’aumento (o il mantenimento) della biodiversità grazie al passaggio di greggi: in aree di incolto o gerbido, l’utilizzo della vegetazione erbacea evita l’accumulo di grandi quantitativi di fitomassa secca (lettiera), che impedisce/limita il ricaccio nella stagione primaverile. Tra gli animali domestici, sono le pecore ad essere conosciute come vettori di diffusione di numerose specie vegetali, i cui semi hanno caratteristiche particolari per sfruttare il vello come mezzo di trasporto e successiva dispersione. Inoltre, le restituzioni generano un aumento di fertilità. È scientificamente provato che l’abbandono delle pratiche agricole tradizionali comporti, in aree ad utilizzazione pastorale, una diminuzione nella biodiversità.
È vero che, apparentemente, il luogo dove il gregge è stato fatto sostare per una o due notti (solitamente i pastori hanno cura di movimentare quotidianamente il recinto, per il benessere degli animali e per non peggiorare la qualità della vegetazione, che altrimenti l’anno successivo presenterebbe un eccesso di specie nitrofile poco appetite) appaia come “terra bruciata� immediatamente dopo il suo utilizzo. L’anno dopo però in queste aree c’è nuovamente erba, ma già anche solo dopo poche settimane, in caso di piogge o di un periodo climaticamente favorevole. Non accade la stessa cosa sui pascoli alpini?
Un cenno merita poi la poi la particolare vegetazione che si trova lungo i fiumi: si è selezionata appositamente per resistere alle periodiche piene, pertanto anche il pascolamento non porterà alla sua scomparsa, cosa che peraltro non è avvenuta nel corso dei secoli.
Invece, proprio in queste aree, si è assistito alla progressiva diffusione di specie non autoctone di origine extra-europea: l’Amorpha fruticosa, leguminosa arbustiva che ha invaso e colonizzato vastissime aree (la cui corteccia è particolarmente appetita da capre ed asini, che quindi potrebbero contribuire al suo contenimento), la Reynoutria japonica, una specie che forma popolamenti densi che soppiantano la vegetazione indigena e favoriscono l’erosione (in autunno scompare quasi totalmente, lasciando il terreno scoperto; specie della Lista Nera della Commissione svizzera per la conservazione delle piante selvatiche, inserita tra le piante esotiche problematiche come minaccia per la natura e la salute, anch’essa brucata dagli ovicaprini), la Phytolacca americana, l’Helianthus tuberosus (il topinanbour, utilizzato per l’alimentazione umana), il Senecio inaequidens, la Bidens frondosa e l’Artemisia verlotorum, per citare le specie principali. Proprio Artemisia sp. è ampiamente utilizzata dalle greggi, dal momento che se se incontrano vaste superfici a composizione praticamente monospecifica.
Bisogna poi aggiungere che, in molte delle aree dove la pastorizia viene considerata un danno, si trovano depositi di rifiuti di vario genere, portati dalle piene del fiume o abbandonati sotto forma di discariche abusive (macerie, frigoriferi, mobili dismessi, coperture in eternit, immondizia assortita). Talvolta queste discariche vengono alla luce proprio dopo il passaggio del gregge, dato che sono sommerse dalla vegetazione.

Vengono denunciati anche i danni alla fauna: minilepri e fagiani sono forse tra le specie che effettivamente subiscono qualche danno, ma sono entrambe state immesse per fini venatori. Gli uccelli che nidificano sugli alberi non subiscono alcun disturbo (o comunque inferiore rispetto al passaggio di mezzi fuoristrada a tutta velocità, cosa che spesso accade, nonostante i divieti), mentre nelle zone di canneto o di palude i pastori non conducono le pecore. Inoltre, è facile osservare un grande numero di uccelli dov’è passato il gregge, e soprattutto dove gli ovini hanno pernottato, oltre a piccoli uccelli in volo proprio sopra agli animali, a caccia di insetti.

Viene lamentato l’atteggiamento intransigente dei pastori, ma si può anche obiettare che un articolo dove si auspica la loro scomparsa non può che generare un sentimento negativo nei confronti del Parco. Perché non cooperare pacificamente? Perché non riconoscere al pastore l’importante ruolo storico, sociale, ambientale che riveste? Perché non vedere in lui una sentinella sul territorio, sempre presente al fianco dei suoi animali, che può affiancare l’importante ruolo del guardaparco? Si parla di prodotti tipici dei parchi e potrebbero proprio essere le aree protette a battersi affinché venga riconosciuta la carne di pecora allevata all’erba da pascolo vagante, che attualmente non riceve alcun riconoscimento.
Se vi sono delle aree a protezione particolare, le si possono delimitare e segnalare ai pastori, si possono stabilire dei carichi ammissibili, calcolati in base alla disponibilità di foraggio, come accade in alpeggio, si può stabilire la durata massima della permanenza del gregge in un’area di riposo… Vi sarebbero numerose strade da seguire e da studiare, senza arrivare allo scontro. Stabilite queste norme, solo allora si andrà a colpire chi non le rispetta.

In conclusione, oltre ad auspicare un atteggiamento meno offensivo nei confronti di chi conduce una dura vita di sacrifici quotidiani, proporrei all’Ente Parco di promuovere degli studi scientifici per valutare l’impatto del pascolamento sulla flora e sulla fauna (tale proposta sarebbe estensibile anche ad altre realtà del Nord Italia, dove l’atteggiamento nei confronti dei pastori è pressoché identico), oltre a cercare di trovare ogni mezzo affinché questa importante realtà non debba scomparire dal territorio piemontese, perché sarebbe una grave perdita dal punto di vista storico, sociale, culturale ed ambientale.

per informazioni e per sottoscrivere la raccolta firme: Marzia Verona, dott. in Scienze Forestali ed Ambientali, Cumiana (TO)

Terra Madre delegate, 10:01:AM | Country, Italy, Language, Italiano | Comment (2)


2 Comments - I parchi fluviali non vogliono pù i pastori vaganti e le loro greggi?

  1. la lettera è stata inviata ai destinatari sottoscritta da 228 persone. speriamo adesso in un seguito ed in una maggiore apertura da ambo le parti.
    grazie a tutti coloro che hanno aderito

  2. http://www.utsource.net/06032R2M.html
    http://www.utsource.net/06032R332K9B200.html
    http://www.utsource.net/06032R7K.html
    http://www.utsource.net/060333N.html
    http://www.utsource.net/0603390J.html
    http://www.utsource.net/060339N.html
    http://www.utsource.net/06033N9.html



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